lunedì 23 ottobre 2017

L'ITALIA. E LA "SCARSITA' DI RISORS€".


http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/17/DOSSIER/1021287/image31.png
http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/17/DOSSIER/1021287/index.html?part=dossier_dossier1&parse=si&spart=si
Sì: il pareggio di bilancio viene, ad ogni Def annuale, spostato agli anni successivi. Ma, come vedrete, ci sono forti spinte "commutative" per anticiparlo al più presto...

1. Sul tema del federalismo in Italia, esiste la diffusa, quanto inesatta, convinzione che il nostro ordinamento (già de iure condito) sia meno federalista di altri, come ad esempio quello tedesco (stato federale per autodefinizione). Ma poiché sarebbe inutile discutere di diritto costituzionale e scienza delle finanze in termini comparati, in presenza di slogan pop come quelli che dominano il campo nel dibattito politico italiano, mi limito a riportare sue sintesi su informazioni utili in argomento, senza particolari commenti (solo qualche piccola nota esplicativa).

2. La prima fonte è l'estratto da un intervento di Pietro Nenni all'Assemblea Costituente, nella seduta del 10 marzo 1947, nella parte riferita alla realizzazione dell'unità e dell'indipendenza della Nazione italiana:
Nenni. Onorevoli colleghi, l'Assemblea troverà naturale che le mie prime parole siano per ringraziare l'onorevole Ruini e l'onorevole professore Calamandrei, per l'apprezzamento che essi hanno dato dei lavori delle Commissioni del Ministero per la Costituente, che hanno preparato il materiale di studio che l'Assemblea e le Commissioni hanno utilizzato nel corso dei loro lavori.
Desidero ricordare all'Assemblea i nomi dei presidenti delle tre principali Commissioni, perché penso che gli studi che essi hanno compiuto, così come hanno avuto una grande importanza per formare le opinioni nel corso di questa discussione, così avranno un'importanza eguale, e forse anche maggiore, nel prossimo avvenire, quando l'opinione pubblica, attratta dall'importanza delle nostre presenti discussioni, si interesserà ai fondamentali problemi costituzionali del Paese.
La Commissione economica è stata presieduta dal professor Giovanni De Maria, ed ha raccolto in 14 volumi i risultati dei suoi studi è delle sue relazioni. Non soltanto oggi, ma anche nell'avvenire, chiunque voglia studiare ed apprezzare la situazione economica del nostro Paese dovrà riferirsi ai lavori di questa Commissione.
La Commissione per la riorganizzazione dello Stato, presieduta dal professor Forti, ha chiuso i suoi lavori con tre volumi di relazioni delle quali il professor Calamandrei ha detto quale sia il grande valore scientifico.
La Commissione dei problemi del lavoro, presieduta dal collega professor Pesenti, ha raccolto, a sua volta, in quattro volumi i materiali di studio e di indagine da essa promosse sulla situazione ed i rapporti di lavoro.
Infine desidero di ricordare che una pubblicazione del Ministero della Costituente, il Bollettino di informazioni e di documentazione, diretto dal dottor Terenzio Marfori, ha certamente molto contribuito ad attirare l'attenzione degli studiosi, dei tecnici e degli uomini politici sui problemi costituzionali. Così pure credo sia doveroso rendere omaggio all'iniziativa di un editore privato, l'editore Sansoni, che, in accordo col Ministero della Costituente, ha promosso due collezioni: quella giuridica che si compone di 44 volumi e quella storica che si compone di 20 volumi, che hanno messo a disposizione di tutti gli studiosi un materiale prezioso di studio.
All'insieme di questo lavoro ha presieduto il giovane professore Massimo S. Giannini. Sono sicuro di essere l'interprete di tutta l'Assemblea rendendo a questi studiosi l'omaggio che essi meritano per avere contribuito col loro lavoro ed i loro studi a mettere tutta l'Assemblea in condizione di discutere i problemi costituzionali, ed a mettere il Paese in condizioni di apprezzare i risultati delle nostre deliberazioni.
...
Credo di non forzare l'interpretazione dello spirito del 2 giugno, dicendo che lo possiamo riassumere in quattro principî generali: gli elettori repubblicani il 2 giugno volevano uno Stato unitario, volevano uno Stato democratico, volevano uno Stato laico e volevano uno Stato sociale
In questo modo essi traevano le conseguenze logiche e naturali delle lotte, che si sono svolte già nel lungo periodo della dominazione fascista e poi, in una forma molto più positiva e concreta, fra il luglio del 1943, l'aprile del 1945 ed il giugno del 1946.
Una grande volontà unitaria ha animato tutti i combattenti della libertà: i reparti della marina, dell'aviazione, del corpo volontari della libertà, che, sulla base della cobelligeranza, hanno partecipato a fianco degli alleati alla guerra contro il tedesco; la resistenza all'interno fino dai suoi primi episodi, che si sono prodotti nelle fabbriche con gli scioperi della primavera del 1943, e poi le formazioni partigiane. Il significato profondo di questa lotta è stato il desiderio e la volontà di salvaguardare l'unità e l'indipendenza del Paese, sia nei confronti dello straniero, sia nei confronti di movimenti interni, che avevano profondamente preoccupato l'avanguardia democratica, e che andavano dal separatismo approvato nella Val d'Aosta a quello della Sicilia.
L'unità e l'indipendenza del Paese è stato l'obiettivo primo e in un certo senso, principale di tutto il movimento di liberazione. Che poi questo movimento, dalle giornate napoletane dell'ottobre 1943 fino alle giornate milanesi dell'aprile 1945, avesse come obiettivo la conquista di una democrazia repubblicana, ciò non ha bisogno di essere dimostrato.
... 
Esaminiamo la Costituzione dal punto di vista dello stato unitario
L'articolo 106 del progetto afferma che la Repubblica italiana è una e indivisibile, che essa promuove le autonomie locali ed attua un ampio decentramento amministrativo. Questo articolo è certamente in perfetta armonia con quello che ho chiamato lo spirito del 2 giugno
Non direi però la stessa cosa di quella specie di federalismo regionale, balzato fuori dalle improvvisate deliberazioni della Commissione che ha studiato l'attuazione del principio del decentramento amministrativo. 
Altri, prima di me, hanno ravvisato in questo federalismo regionale un elemento pericoloso per l'unità dello Stato, per l'unità della nazione. 
Certo, si può discutere, come ha fatto l'onorevole Orlando alcuni istanti fa, quale sia stato il valore del federalismo nel Risorgimento
In questo caso bisogna però tener conto che, nel Risorgimento, ci sono state due concezioni, federalista e regionalista, che non sono mai andate d'accordo tra di loro
C'è stata una concezione federalista e regionalista moderata, la quale era in fondo una forma di resistenza all'unità nazionale, diciamo la verità, di sabotaggio dell'unità nazionale; c'è stato il federalismo di Cattaneo e di Ferrari che, giudicato dal punto di vista dei principî, rappresenta non già un elemento regressivo, ma un elemento, progressivo nei confronti dell'unitarismo di Mazzini. Però, storicamente, aveva ragione Mazzini e l'Italia non poteva sorgere che come è sorta, cioè come stato unitario. 
Lo dimostrano le immense difficoltà che l'Italia ha incontrato dopo il 1860 ed anche dopo il 1870 per attuare lo stato unitario, giunto a maturazione soltanto attraverso le prove dure che la nostra generazione ha attraversato dal 1915 al 1918. Ciò dimostra che, quando si discute un problema di questa natura, non ci si può porre dal punto di vista di un principio astratto, ma bisogna considerare i principî in rapporto alla realtà politica e sociale. Per cui, citare gli Stati Uniti nei confronti dell'Italia, è come se citassimo la luna nei confronti della terra; delle entità che fra di loro non hanno una comune misura di confronto.
Per me è evidente che, come l'Italia non poteva formarsi se non attraverso lo Stato uno e indivisibile, così oggi sarebbe un errore politico e un errore economico voler attuare le autonomie locali e amministrative sotto forma di federalismo regionale. 
Sarebbe un errore politico, perché l'Italia è un Paese a formazione sociale, troppo diversa, perché una differenziazione legislativa nel campo regionale non metta la Regione in concorrenza con lo Stato
Non ci sarebbe nessuna difficoltà a ordinare l'Italia sulla base del federalismo regionale, se le condizioni della Calabria fossero identiche a quelle della Lombardia (Commenti al centro), se la Campania si trovasse allo stesso piano di sviluppo economico, e quindi di sviluppo politico, della Liguria o del Piemonte. Ma, in una Nazione dove all'antagonismo sociale fra poveri e ricchi si unisce il dislivello fra le regioni settentrionali e quelle meridionali, un simile esperimento non può essere tentato prima di aver operato una vasta riforma sociale. Si rischia in caso contrario di mettere in pericolo l'unità della Nazione. (Vivi applausi).
Il federalismo regionale è anche un errore economico.
Non è serio dire alle popolazioni del Mezzogiorno che attraverso un sistema regionalista esse potranno meglio salvaguardare i loro interessi economici di quanto non lo abbiano fatto nel passato con lo Stato unitario. Le regioni meridionali hanno il diritto di contare sull'assistenza di quelle settentrionali, ciò, che è possibile soltanto sulla base di una legislazione unitaria.
Signori, è mia profonda convinzione che, se la Sicilia, la Sardegna o altre regioni meridionali sono economicamente in ritardo, non è per un eccesso di centralismo, ma perché il loro legame col restante del Paese non è abbastanza intenso. La soluzione del problema meridionale non la si trova nella separazione ma in una più intima fusione del Nord col Sud, in una politica di solidarietà delle regioni più ricche verso le più povere."

3. Il secondo estratto riguarda invece un recente post tratto dal sito Lavoce.info che fornisce dati e informazioni economico-concettuali "di base" relativamente a come funziona, fisiologicamente, la distribuzione territoriale della spesa di uno Stato unitario, sempre tenendo presente, in premessa la distinzione tra:
a) "effetto redistributivo" strutturale proprio della universalità della spesa pubblica e quindi delle funzioni e servizi che essa tende ad assestare a un livello standard e che essenzialmente dipende dalla distribuzione demografica (staticamente considerata: il discorso in termini dinamici, come insegna la realtà attuale, si fa più complesso: si pensi alla scuola pubblica-distribuzione dei plessi e del personale scolastico o alla sanità, o, ancora, alla semplice dislocazione di uffici periferici dello Stato, primi tra tutti quelli delle forze di polizia);
b) vere e proprie politiche territoriali di infrastrutturazione e di incentivazione dell'impiego di fattori della produzione. Basti dire al riguardo, che l'unità d'Italia ha agito in senso inverso rispetto al sud, in questa ottica; e, in termini finanziari, qualsiasi IPOTESI al riguardo cessa con l'adozione del modello Maastricht (basti ricordare che i "patti territoriali", anche se percentualmente allocati al sud in maggior misura, derivano da fondi europei, rispetto ai quali l'Italia è in un deficit contributivo in media dai 6 ai 7 miliardi all'anno, elemento che, unito ai vincoli fiscali, non può che determinare tagli progressivi della spesa universale).

Anzi, il progressivo venir meno del minimo fisiologico di cui al punto 1), determinato dalla diminuzione in termini reali dei principali aggregati della spesa universale, al netto dell'invecchiamento della popolazione, aggrava la situazione strutturalmente: il sud si svuota considerando anche se, come evidenzia Cesare Pozzi, i residenti "ufficiali" sono in parte fittizi e corrispondono in realtà a popolazione-lavoratori già trasferitisi), sicchè diviene inevitabile la "revisione" del numero di scuole, ospedali, uffici di Bankitalia e postali, inclusi.
E' l'altra faccia della polarizzazione territoriale, incentrata su Roma e Milano, anzitutto, e in inarrestabile corso con deindustrializzazione effettiva e potenziale (cioè desertificazione dei fattori della produzione).
Preciso ancora che l'effetto redistributivo della spesa universale agisce anche in senso non territoriale Nord-Sud, anche se dovrebbe apparire ovvio, quindi anche in senso sociale localizzabile tout court: (cioè agisce via via su ogni decrescente livello di comunità territoriale, fino ad arrivare alla considerazione del singolo individuo); Belluno, ad esempio, presumibilmente avrà un residuo fiscale rimpolpato dal maggiore di Treviso; e a Treviso, operai, magari immigrati, avranno un trasferimento di utilità dai contribuenti più abbienti (a titolo di esempio, e residenti in determinate zone del centro urbano, identificabili come aventi un residuo fiscale anche notevole rispetto ad altri "quartieri"), quanto al mantenimento di strutture scolastiche, ospedaliere e di presidio del territorio.
E lo stesso, vale per gli effetti su un sistema previdenziale a ripartizione...]. E dunque, come prosegue il prof.Petraglia, con un passo che sottolineo:
Strumentalmente, la redistribuzione interpersonale tra contribuenti a diversa capacità contributiva viene confusa con la redistribuzione tra i territori di residenza degli stessi
3.1. Svolta questa premessa, riportiamo l'(ampio) estratto da Lavoce.info
[Va solo ulteriormente precisato che lo stesso concetto di residuo fiscale ha senso nella sua origine "federalista" statunitense, sulla base di un tentativo di  temperamento della giustizia commutativa applicata ai rapporti Stato-cittadino, temperamento reso necessario in un paese che, ove non lo avesse applicato, non avrebbe potuto superare i postumi di una tragica guerra civile. Il "residuo", infatti, diviene rilevante sulla base della visione esclusivamente etico-individualista del rapporto tra cittadino e governo. Logicamente, infatti, il "residuo" deriva dal calcolo di un saldo interno alla considerazione contrattualistico-individuale del rapporto con lo Stato, del tutto estranea alla nostra legalità costituzionale e, in genere, alle costituzioni - scritte e rigide- europee del secondo dopoguerra]:
"La stima del livello delle entrate e delle spese delle amministrazioni pubbliche a livello regionale consente di calcolare il saldo, noto in letteratura come residuo fiscale. Definito da James Buchanan come la differenza tra il contributo che ciascun individuo fornisce al finanziamento dell’azione pubblica e i benefici che ne riceve sotto forma di servizi pubblici, è uno strumento attraverso il quale valutare l’adeguatezza dell’azione redistributiva dell’operatore pubblico.
Il potenziale informativo dello strumento consente, infatti, di evidenziare in maniera chiara l’ammontare complessivo della redistribuzione tra le diverse aree del paese compiuta dallo Stato centrale.
...
Occorre sottolineare come il concetto di residuo fiscale fu introdotto per trovare una giustificazione etica alla necessità di operare trasferimenti di risorse dagli stati più ricchi a quelli meno ricchi degli Stati Uniti, in quanto Buchanan asseriva che l’azione pubblica, in base al principio di equità, doveva garantire l’uguaglianza dei residui fiscali dei cittadini di una determinata nazione.
In Italia, la redistribuzione delle risorse è data da tre diverse componenti: la necessità di garantire a tutti i cittadini i medesimi servizi connessi a diritti fondamentali (come salute e istruzione), la messa a punto di iniziative per lo sviluppo economico di aree a basso reddito, (ndr; v. però sopra, p.3 sub b))nonché l’utilizzo di meccanismi di ripartizione delle risorse basate su criteri storici.

Stime per le regioni italiane
Di seguito viene presentato l’aggiornamento al 2015 della stima del residuo fiscale delle diverse regioni italiane. L’analisi è stata realizzata utilizzando la metodologia di riparto su base regionale del conto economico consolidato delle amministrazioni pubbliche introdotta dal lavoro di Alessandra Staderini e Emilio Vadalà e poi aggiornata da Eupolis Lombardia.
Nella tabella 1 sono riportati i valori pro capite delle entrate, delle spese e il relativo residuo fiscale.

...
Il livello delle entrate si caratterizza per una apprezzabile variabilità, soprattutto per quel che riguarda il divario tra le regioni del Mezzogiorno e le rimanenti. Ciò conferma la circostanza che la capacità di sviluppare gettito fiscale è proporzionale al reddito prodotto dal territorio.
...
Sul fronte della spesa pubblica, il livello pro capite è più elevato nelle regioni a statuto speciale rispetto a quelle a statuto ordinario. Evidentemente le consistenti risorse finanziarie di cui beneficiano le regioni a statuto speciale hanno garantito livelli di spesa maggiori. Allo stesso tempo anche le regioni più piccole (Liguria, Umbria, Basilicata, Molise, Abruzzo) mostrano livelli di spesa pro capite maggiori, dovuti presumibilmente alla indivisibilità di alcuni beni pubblici e a diseconomie di scala. Le regioni del Mezzogiorno complessivamente mostrano un livello di spesa leggermente più basso rispetto alle altre.
Per quel che concerne i residui fiscali sono evidenti invece i flussi redistributivi verso le regioni con reddito pro capite più basso, verso quelle a statuto speciale e verso quelle di piccole dimensioni. Le regioni del Mezzogiorno sono tutte beneficiarie della redistribuzione.
La figura 2 mostra come la variabilità dei residui fiscali sembra essere riconducibile principalmente alle differenze di sviluppo economico del territorio, (ndr; il che dà ragione a Nenni, a distanza di 70 anni) con l’eccezione di un gruppo di regioni a statuto speciale (Valle d’Aosta, province autonome di Trento e Bolzano e Friuli Venezia Giulia) e di piccole dimensioni (Liguria).
 
 Fonte: elaborazioni Cnr-Issirfa su dati Istat e Cpt.

Sono, quindi, confermate le indicazioni di precedenti lavori (Carmelo Petraglia e Domenico Scalera) e cioè che i residui riflettono la redistribuzione tra individui con redditi in media più elevati al Nord e più bassi al Sud, (ndr; il che significa che ridurre/eliminare il residuo implica la radicale negazione dell'effetto redistributivo essenziale del sistema fiscale di cui agli artt. 3, comma 2, e 53 Cost.), mentre la spesa pubblica è distribuita in maniera abbastanza uniforme tra tutti i cittadini aventi gli stessi diritti (ndr; il che, simmetricamente, implica che ridurre/eliminare il residuo, differenzia il livello dei diritti fondamentali in ragione di differenze di sviluppo economico territoriale, facendo aritmeticamente corrispondere alla maggior "autonomia" di una parte della popolazione di uno Stato, la minor autonomia dell'altra, vincolata a non poter coprire - con risorse che non ha, e che, in aggiunta, non potrà mai più sviluppare-, il costo uniforme dei servizi pubblici essenziali. Ciò vale a maggior ragione all'interno della "scarsità di risorse" imposta dall'adesione alla moneta unica).
Allo stesso tempo i dati mostrati inducono ad affermare che i beneficiari della redistribuzione non sono solamente le regioni del Mezzogiorno ma anche quelle a statuto speciale e quelle di piccole dimensioni; e che il livello di spesa delle regioni meridionali è analogo e leggermente più basso rispetto a quello delle altre regioni e, dunque, il miglioramento dei residui fiscali di tali regioni non può che essere correlato a politiche di sviluppo dei rispettivi territori."

sabato 21 ottobre 2017

BANCA CENTRALE INDIPENDENTE, PROTEZIONISMI E...HAYEK (il mondo non basta...decisamente)


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1. Il titolo di questo post si compone di tre tematiche che questo blog ha approfondito per anni: risale agli esordi la focalizzazione sulla centrale importanza di Hayek nel paradigma €uropeo, in ogni sua proiezione geo-istituzionale e, in generale, in tutta l'ideologia politica del mondialismo, fin dalle sue prove generali teorico-pratiche, in specie sudamericane, ma che giungono fino ai ben tangibili effetti sul nostro (ex) ordinamento democratico-costituzionale.
Sarebbe un compito quasi impossibile anche solo riassumere, in un'unica rassegna, il materiale pubblicato su questi tre argomenti: non rimane, perciò, che invitare a fare una ricerca mirata e a verificare quello che, proprio su questi tre argomenti topici, potrebbe fondare, riassunto in "lemmi" para-simbolici, il filo conduttore del blog (che poi è l'analisi economica del diritto pubblico e, quindi, l'approccio fenomenologico all'economia istituzionalista concepita nel XX° secolo).

2. Piuttosto in questa sede partiamo da un "curioso", ma non sorprendente, evento della cronaca, in teoria molto importante, ma trascurato dai media italiani mainstream: non lo trascura invece il Financial Times che dedica un "fondo" (giovedì 19 ottobre 2017, pag.20) alla mega-riunione svoltasi a Washington sotto l'egida, niente di popodimeno che,  del FMI e della World Bank
Radunatisi "funzionari" ed espertologi di ben 190 paesi (!) con cosa se ne escono questi sobri eredi del Washington Consensus (trattandosi della più evidente perpetuazione assembleare di quella "catena di comando")?
Con le seguenti indicazioni schematizzate dal FT, che vi riporto. Avremmo, cioè, quattro fattori positivi a favore della crescita mondiale:
- lo slancio della crescita sarebbe più ampio e durevole (di quanto atteso...il che è un po' tautologico e autopromozionale);
- le condizioni finanziario-creditizie favorevoli supportano i consumi, senza preoccupanti aumenti dell'inflazione (il che è auto-rassicurativo sulla stabilità finanziaria del mega-consumo a debito privato);
- la volatilità dei mercati finanziari "molto bassa" consente all'onda di valutazioni più elevate (dei vari titoli scambiati) di proseguire ulteriormente (il che è semplicemente...inquietante);
- la speranza che la crescita economica possa essere ulteriormente rafforzata dai progressi, attesi da lungo tempo, nell'applicare politiche aggiuntive pro-crescita, particolarmente in Europa e negli USA (idem come sopra).

3, Questa elencazione di fattori positivi si regge su un unico comune denominatore: il dominio della finanza sull'economia reale e la giustificazione di questa perdita del normale rapporto strumentale della prima rispetto alla seconda, in un'orgia scientifico-naturalistica che si impernia sulle priorità teologizzate del contenimento dell'inflazione (elemento espressamente enunciato) e della concezione monetarista e (neo)neo-classica della piena occupazione: intesa, ovviamente, come quella, di qualsiasi livello, corrispondente al tasso di inflazione "naturalisticamente idealizzato", e che si affida alla potenza esclusiva del sistema dei prezzi, riguardante anzitutto (in realtà "solamente") i salari sul mercato "perfettamente concorrenziale" del lavoro (tradotto in pratica, delle vostre vite: non esiste disoccupazione involontaria, ma solo gente che non vuole lavorare a certi livelli retributivi perché è choosy).

4. In questa situazione si può notare, sul piano squisitamente comunicativo, una palese contraddizione: a giorni alterni, a seconda del contesto in cui gli espertologi "funzionari" si riuniscono, si paventa la secular stagnation, dovuta alla cattiva digestione dell'innovazione tecnologica da parte di pigri lavoratori corporativisti, se non xenofobo-guerrafondai (p.2), nonché ad un "inspiegabile" calo demografico nei paesi a capitalismo "avanzato", salvo poi dimenticarsene di fronte al presunto slancio della crescita superiore alle attese (che su basi statistiche secolari ed oggettive, non è neppure lontanamente paragonabile alla crescita anteriore all'irrompere del dominio del meraviglioso mondo global-freetrade di Hayek e dello stesso Washington Consensus).

5. Ma veniamo, proprio per illustrare meglio le grottesche ed autoelogiative contorsioni a sostegno del modello globale di crescita compiute mercoledì scorso a Washington - e mediaticamente diffuse in automatico h.24 in Italia, senza il benché minimo dubbio, in un esercizio di fanatico provincialismo autolesionista- ai punti critici che minaccerebbero la crescita, riportando appunto la seconda "lista" riassunta dal FT:
- una limitata comprensione di relazioni economiche chiave nei paesi avanzati (come quelle sulla produttività, la determinazione dei salari e le dinamiche inflattive; tradotto: non si pensi neppure per un attimo ad attenuare la presa sulla deflazione salariale competitiva sul mercato del lavoro, pensando di poter fare concessioni su tale fronte solo perché si cresce...ma non si esporta mai abbastanza...tutti, contemporaneamente!), così come dell'impatto delle innovazioni tecnologiche (e ci risiamo);
- incertezze sul commercio mondiale e per l'eventuale normalizzazione della politica monetaria da parte di più d'una delle banche centrali sistemiche;
- una crescente reazione contro le compagnie "big tech" nel contesto di un "mettersi al passo" sia da parte dei governi che delle stesse compagnie rispetto all'importanza sistemica del settore;
- la questione geopolitica delle minacce nucleari della Corea del Nord;
- le persistenti diseguaglianze che alimentano le politiche della rabbia, delle divisioni sociali e la polarizzazione dei partiti.

6. Insomma, gli espertologi di 190 paesi, radunati sotto le bandiere di FMI e WB, si lamentano essenzialmente della riottosità, considerata irrazionale, dei substrati sociali che vengono così tanto beneficati da questa crescita superiore alle attese e da questa manna dei titoli finanziari che continuano a crescere indefinitamente, in una pur irreale mancanza di volatilità delle quotazioni.
Con un inviperito disappunto si muovono rilievi ai "governi" che, assurdamente, intendono mantenere il consenso elettorale sacrificando le ulteriori e tanto attese riforme strutturali pro-crescita del mercato del lavoro, dimenticando gli effetti benefici degli aumenti di produttività per unità di lavoro, che gioverebbero al commercio mondiale se la si smettesse di assecondare i lavoratori in quel corporativismo avido e protezionista; avidità che invece, le politiche accomodanti delle banche centrali sistemiche dovrebbero aver già soddisfatto, consentendo, col denaro facile, la creazione di milioni di meravigliosi posti di lavoro e una ripresa degli investimenti su cui, i governi, mostrano, ingrati, tutta la loro arretratezza nel comprendere l'importanza sistemica di una produzione di servizi hi-tech - sostitutivi della manodopera nei servizi, dopo che la stessa è stata sterminata nel manifatturiero- che diventa il nuovo TINA progressista e mondialista.

7. Non c'è nulla da fare: voi siete vecchi, siete il passato, e non volete adeguarvi alla nuova realtà del progresso infinito del mondo della finanza senza frontiere, che è pure attenta all'economia reale purché sia ridotta ai servizi hi-tech delle compagnie big-tech. Un autentico "trionfo" di questa impostazione, basata sul drive praticamente esclusivo dell'investimento nella digital economy, pur punteggiato da qualche lamentela sul calo continuo degli investimenti nei paesi in via di sviluppo (chissà perché: neppure un serio interrogativo viene posto su quale modello di sviluppo e su quali settori merceologici siano rispettivamente spiazzati e privilegiati da questo incontestabile drive), la si può avere nel World Investment Report dell'UNCTAD per il 2017 (dove la considerazione principale è dedicata all'aggregato dell'investimento diretto estero, cioè alla presunta vitalità del free-trade globalizzato, e non al complesso degli investimenti mondiali comunque localizzati).
Siamo di fronte a puro offertismo autoreferenziale; l'essere umano, ridotto a unità di lavoro a produttività incrementale forzosa, scompare.

8. Non a caso l'Unione europea, quando deve rilanciare la comunicazione sui benefici della globalizzazione ci riporta la crescita del commercio internazionale sul PIL mondiale,

Non la crescita del...PIL mondiale in corrispondenza della 3a ondata di globalizzazione (cioè quella applicativa del WC e post-guerra fredda), che invece, proprio per la finanziarizzazione, cioè per quel processo che inizia dalla fissazione del dogma delle banche centrali indipendenti, è andata in modo molto poco entusiasmante (almeno per il lavoro; non per i profitti, secondo questo paper del 2016 con rilevazioni che arrivano al 2015). 

9. Il primo grafico a) mostra che il PIL mondiale reale è andato piuttosto maluccio, a partire dall'era monetarista delle banche centrali indipendenti, cioè specificamente dai primi anni '80, e via via nell'era del Washington Consensus e della "terza" globalizzazione, punteggiata dalle varie crisi finanziarie.
Il secondo grafico b) indica che la variazione del PIL nominale si è convertita tendenzialmente in un aumento dei profitti delle grandi imprese e quindi nella ben nota stagnazione della quota salari "mondiale" (per derivazione di una crescita mondiale quasi del tutto assorbita dai profitti):
a)
  http://2.bp.blogspot.com/-gYDD0lkUa18/VyqZJFkJRTI/AAAAAAAAAz4/TrzTYtisT242KvEn1EtyU4FDuf9a5pbWACK4B/s1600/Growth.png
 b)
https://image.slidesharecdn.com/better-but-not-good-enough-oecd-economic-outlook-presentation-june-2017-170606132548/95/better-but-not-good-enough-oecd-economic-outlook-presentation-june-2017-3-638.jpg?cb=1496824028

10. E tutto ciò, fermo restando che la crescita mondiale registratasi nello stesso periodo è prevalentemente dovuta a quella dei paesi che (fuori dall'OCSE) NON SI SONO ASSOGGETTATI AL WASHINGTON CONSENSUS e al dogma delle banche centrali indipendenti, paesi che, saggiamente, stanno cercando di svincolarsi sempre di più dalla crescita esclusivamente legata al "libero" commercio mondiale; notare (in basso a sinistra nel grafico sottostante) il contributo dell'area euro alla crescita del PIL mondiale dal 2008 ad oggi! Nel grafico susseguente si vede come, dopo l'ultima crisi finanziaria, i paesi asiatici che crescono, tendano a tenersi, cautamente, sempre più a distanza dal puntare sulla crescita del commercio mondiale.
https://image.slidesharecdn.com/short-term-momentum-will-it-be-sustained-oecd-economic-outlook-presentation-september-2017-170919083717/95/shortterm-momentum-will-it-be-sustained-oecd-economic-outlook-presentation-september-2017-3-638.jpg?cb=1505911763

https://image.slidesharecdn.com/d1-am-session1-christiankastropoecd-160614092742/95/oecd-economic-outlook-christian-kastrop-oecd-4-638.jpg?cb=1465896839

11. Ma per finire, poiché diamo per attendibile che la crescita mondiale sia stata, nel 2016 e nella parte iniziale del 2017, - come ci dicono gli espertologi del meeting FMI e WB- superiore alle attese (in effetti previste come meno rosee secondo il Bloomberg Forecast, v. fig.3), ciò appare dovuto a ragioni esattamente opposte a quelle da loro identificate; in particolare, quanto alle incertezze sul commercio mondiale; infatti, mentre il commercio mondiale "rallenta", si registra una crescita mondiale superiore alle attese proprio grazie a incrementali (e piuttosto generalizzate) barriere non tariffarie. E sono proprio i paesi emergenti ad aver coerentemente tenuto tale razionale linea di (preteso) protezionismo, v.qui, p.6, dopo la crisi finanziaria del 2007-2008:

 https://www.atkearney.it/documents/10192/10777831/FG-GBPC-2017-2021-Global-Economic-Outlook-05.png/f335349b-bc10-4187-8d8d-0d06483db92c?t=1484690249796

11.1. Questo ulteriore world growth outlook del 2017 (canadese) ci segnala questa tendenza al dualismo, nella crescita, proprio fra paesi "emergenti" - non conformatisi al Washington Consensus e relativamente liberi dalle condizionalità FMI-, che vedono aumentare sopra-trend il manifatturiero e i consumi, e paesi "sviluppati" che, convinti liberoscambisti, si affidano alle banche centrali indipendenti per far "ripartire investimenti e occupazione" e ottengono, invece, una crescita dell'occupazione in sotto-tendenza - per non parlare dei salari- e una continua perdita nel settore manifatturiero. Quindi, i secondi si devono/vogliono affidare alla speranza dei servizi, cioè all'economia digitale hi-tech e...all'ulteriore perdita strutturale di occupati (popolazione attiva), di domanda domestica e di crescita. Sorprendendosi poi se si ritrovano a perdere le elezioni...(naturalmente si tralasciano le insignificanti risultanze relative ai sondaggi sulle attese delle imprese...):

https://static.vgcontent.info/crp/ca8/caw/images/articles/vemo_rb_ca_fig1.jpg?20170927|140000

giovedì 19 ottobre 2017

"L'ALTRO RIMEDIO" (AL..DEBITOPUBBLICOBRUTTO): IL QUARTO PARTITO MUORE MA NON SI ARR€ND€


https://image.slidesharecdn.com/napoleone-101110054403-phpapp01/95/napoleone-bonaparte-et-napoleonica-53-638.jpg?cb=1422671079

1. Cominciamo il nuovo post dalla parte finale del precedente:
"...la BCE ha già iniziato a inasprire i requisiti sugli accantonamenti di capitale corrispondenti al deprezzamento in bilancio delle sofferenze, posti essenzialmente a carico del sistema bancario italiano (i valori di bilancio dei ben più incerti strumenti derivati nel bilancio del sistema bancario tedesco, non sono stati sostanzialmente toccati: andrebbero bene così, mark to fantasy, con l'Imprimatur della vigilanza BCE!). 
Quindi, per quanto moralmente tentati, e scientificamente non attrezzati a comprenderlo, i banchieri italiani "fiutano" che al prossimo aumento degli spread sarà difficile, anzi controproducente per i  loro interessi patrimoniali e, ancor più, per la preservazione del loro controllo societario, invocare un nuovo "fate presto" che, via austerità" fiscale, induca un nuovo dilagare delle sofferenze (sicuramente soggette alle nuove regole BCE).
La totale falsità (usiamo la definizione di Milton Friedman) del debito pubblico come primo dei problemi italiani, potrebbe, anzi, dovrebbe, in un'ottica di istinto di sopravvivenza del nostro sistema bancario (se pure è rimasto), risultare un'arma spuntata. Anzi: una spada senza elsa, che ferisce pure chi la impugna.

...In pratica, lo spread, in un'eurozona depurata dalla droga del QE, si lega ad un parametro, o meglio, ad un'aspettativa, ben diversa da quella relativa all'andamento della PNE: i mercati tendono a prezzare la stupidità (Prodi dixit) dell'eurozona e dei suoi parametri fiscali, per paesi, altrimenti sani, come l'Italia e, quindi, la prospettiva di dover abbandonare la valuta unica e il conseguente ritorno a una moneta nazionale, che, in ipotesi, dovrebbe svalutarsi (ma ormai non è pronosticabile di quanto, in una valutazione seria e non terroristica) rispetto alle altre valute di scambio internazionale, come il dollaro o, molto teoricamente, al wannabe euro che si vorrebbe capace di sopravvivere senza l'Italia (che sarebbe sempre più un marco, prima sottovalutato, ma poi, a seguito dell'Ital€xit, da rivalutarsi).
E' bene rammentare queste prospettive, che si affacciavano nel 2011-2012, naturalmente al di fuori del "fate presto!" del mainstream. 
"Un altro fate presto" non è possibile: a meno che anche il Quarto Partito (qui. p.2) non voglia suicidarsi"

2. Quello che cercheremo di verificare più in profondità è se la consapevolezza, nel Quarto Partito (come definito da De Gasperi), della natura suicida (per se stesso) di un nuovo "fate presto!", cioè della richiesta di un drastico consolidamento fiscale post-elezioni e post QE (taglio della spesa pubblica in istruzione, previdenza e sanità, oltre che della spesa corrente per il funzionamento fisiologico "minimo" della pubblica amministrazione): 
a) possa essere originata a sufficienza dalla prospettiva di una perdita del controllo azionario nazionale del sistema bancario, in esecuzione del disegno normativo dell'Unione bancaria (e in derivazione da ciò, della perdita del controllo nazionale della ricchezza in impianti industriali e immobili, che verrebbero inevitabilmente assoggettati all'esecuzione creditoria accelerata da parte delle banche, e svenduti in sovraofferta a operatori esteri, in quanto gli unici dotati di liquidità e di credito da parte dei rispettivi sistemi bancari non italiani);
b) o se, invece, tale prospettiva - e la relativa consapevolezza del "suicidio"- siano, dal Quarto Partito, ritenute un costo tollerabile e/o limitabile di fronte alla praticabilità di un altro rimedio, capace di salvare queste posizioni di controllo mediante un intervento di soccorso dello Stato. 
Il che equivale a dire che l'interesse prioritario perseguito dalle istituzioni di governo è quello della tutela degli interessi di tale ristretto gruppo di potere, come evidenziava Gramsci rispetto allo Stato liberale pre-fascista: ciò vuol anche dire che sia ormai de facto superato il modello legale costituzionale nel senso indicato da Calamandrei, secondo un  disegno che è proprio dei trattati europei, e in particolar modo della moneta unica, che, di conseguenza, diviene un caposaldo istituzionale da preservare a qualsiasi costo, data la prevalente vantaggiosità rispetto ai rischi che esso comporta.
3. La certezza dell'assetto istituzionale garantito dalla moneta unica, in effetti, farebbe propendere per questa seconda soluzione: il Quarto Partito, cioè, muovendosi nell'orizzonte cognitivo implicito nella ideologia delle "riforme", pare (pare) non scorgere l'attualità del rischio legato agli effetti dell'Unione bancaria, e preferisce una visione statica, idealizzata, del quadro istituzionale favorevole così descritto da Zenezini (citato nello stesso post, parte finale): (pag. II): 
La ragione storicamente contingente della centralità assegnata alle riforme è da rinvenire nel processo di creazione del mercato interno europeo, della moneta unica e nei vincoli imposti dai trattati europei alla conduzione della politica macroeconomica. Questo mutamento del quadro di politica europea ha progressivamente prosciugato qualsiasi fonte di intervento nell’economia oltre gli ambiti “microeconomici” della gestione dei mercati del lavoro e dei beni, determinando una sistematica distorsione verso orientamenti “offertisti” nelle politiche economiche. Questi orientamenti si sono quindi tradotti in una continua azione di promozione di riforme economiche mirate a favorire il “buon funzionamento” dei mercati.” 

4. Il punto di riferimento, ideologico e materiale, risulta dunque chiaro: un vincolo, prioritariamente monetario, che limiti d'imperio ogni possibile intervento nell'economia alla gestione dei mercati del lavoro e dei beni, in senso "offertista", è un bene talmente prezioso, come insegnava d'altra parte Kalecky, che ben può generare la convinzione che rinunciare ad esso costituisca un male superiore a qualsiasi, e proprio qualsiasi, costo che tale vincolo potrebbe generare.
Forte di questa convinzione, (peraltro "statica", cioè non disponibile a essere rimessa in contestazione da qualsiasi situazione sopravvenuta), il Quarto Partito diviene naturalmente propenso a non vedere il suicidio (cioè la perdita di controllo bancario e industriale) come punto di approdo della moneta unica e, invece, a ritenere sempre praticabile, date certe condizioni politiche, - tipicamente rappresentabili a se stesso come un nuovo stato di eccezione legato agli spread e al debito pubblico-,  un "altro rimedio" (per l'appunto).

6. Questo altro rimedio è anche un...altro modo di definire "l'altra €uropa", cioè di cosmetizzare come riforma progressista quella dei trattati, dissimulando il fatto inevitabile che essa può solo consistere, a questo punto del processo €uropeista, in un inasprimento del modello antisolidale e anticooperativo dell'eurozona (pur considerandosi la migliore delle ipotesi! Qui, p.10). 

7. L'altro rimedio, per salvare "l'altra €uropa", - data l'implicita accettazione come dogma dell'incubo del contabile, in ciò insita- non può che essere la super-patrimoniale che, appunto, salverebbe "capra e cavoli" dentro la moneta unica: a fronte di un'austerità consistente in tale misura, lanciata dall'emergenza spread post-QE e quindi dal consueto slogan dell'abbattimento del debito pubblico, si otterrebbe la preventiva copertura dell'intervento statale (tosatura dei contribuenti-risparmiatori), complementare al burden sharing (tosatura degli obbligazionisti e piccoli azionisti), per salvare le banche che, notare l'ironia, vedrebbero aggravati i loro bilanci proprio dall'adozione di un tale drastico prelievo fiscale (cioè dal riespandersi delle insolvenze bancarie da cui si voleva sfuggire...).

8. Un giro euristico, ma solo nei volumi di tassazione rispetto alla riduzione della ricchezza dei cittadini (in alternativa al traumatico bail-in sui correntisti), perché, comunque, sarebbe una gigantesca redistribuzione fiscale in favore del settore bancario da tutelare; il quale, però, non rimarrebbe a lungo a controllo pubblico, dato l'obbligo di cessione delle banche salvate, che le regole europee prevedono a carico dello Stato il quale, eccezionalmente, - e derogando al divieto di aiuti di Stato in ragione di (ben tangibili) crisi di portata sistemica-, venga autorizzato a intervenire
Una cessione degli istituti transitoriamente nazionalizzati, ben difficilmente consentirà, comunque, la preservazione di un azionariato di controllo nazionale.

9. Ma anche prendendo per "buono" questo "altro rimedio", dal punto di vista delle aspettative statiche di permanenza del controllo istituzionale, esso dispiegherebbe effetti macroeconomici di cui, molto probabilmente, il Quarto Partito non si rende ben conto.
Ripercorriamo la questione dei riflessi sul PIL della patrimoniale, ordinaria o straordinaria, quest'ultima (come pare sfuggire ai più)  già preventivamente autorizzata dalla Corte costituzionale, prendendo il clou sviluppato in un precedente post:
"Prendiamo le mosse da uno studio Bankitalia sull' "effetto ricchezza": http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/econo/temidi/td04/td510_04/td510/sintesi_510.pdf
Per quanto concerne la sola ricchezza finanziaria, la propensione marginale al consumo è simile nei due paesi [USA e ITA], pari a circa 9 centesimi per ogni euro di ricchezza finanziaria. ...
Per quanto concerne la ricchezza reale (essenzialmente abitazioni e altri immobili), la propensione marginale al consumo delle famiglie italiane è pari a circa 2,5 centesimi per ogni euro di ricchezza reale."
...
Una patrimoniale ragionevolmente imposta solo sulle attività finanziarie liquide, visto che per gli immobili il "cappottino" è già confezionata "smoothly" e funziona in parte già a pieno regime,  e che volesse dare un gettito decente, - per un folle quanto irrilevante impiego in riduzione del debito e per il famoso innesco delle politiche vagheggiate da Renzi-, dovrebbe grosso modo attestarsi sul 15%, con (forse) una soglia di esenzione dei conti con attivi inferiori a 100.000 euro, o a 50.000 euro, o a chissà quanto.
Dipende dal concetto di "ricchezza sfrenata" e colposa che ci propineranno, come quando propugnano la riduzione delle centinaia di migliaia di pensioni superiori a 1500 euro al mese, giustificandole con quelle poche decine da 10.000 euro al mese, fruite da alcuni "amici" (o ex tali), in assenza di una contribuzione effettiva corrispondente (parliamo di contribuzioni figurative e virtuali concesse ai vari politici e grand commis, padri della Patria in servizio militante permanente).
Sia quel che sia,  arrotondiamo e facciamo che vogliano ottenere comunque un certo gettito, accomodando poi la base imponibile e le soglie di esenzione su questo risultato prefissato. Cioè, poi, in senso quella volta elargitivo, lo stesso metodo usato per la rivalutazione delle quote bankitalia: prima decido quanto voglio erogare di profitti (per modo di dire), alle banche private, poi capitalizzo sulla base di questo livello "a prescindere".
Arrotondando, diciamo che un "monte premi" che si estenda alle attività liquide in mano alle banche (cioè i comodi sostituti di imposta retribuiti a commissione), e forse esteso ai titoli del debito pubblico intestati a persone fisiche (quindi non a soggetti finanziari), - cosa che equivarrebbe a un consolidamento parziale "selettivo" a carico di gente certamente colpevole della "disoccupazione giovanile"- ,  darebbe una base imponibile "a spanne" di circa 1000 miliardi e un gettito di 150 (scontando, ripetiamo, una certa astuta fissazione delle soglie di esenzione).
Ora 150 miliardi di prelievo patrimoniale sulle attività liquide avrebbero i seguenti effetti:

a) una riduzione dei consumi pari a 13,5 miliardi ALMENO, essendo la propensione marginale USA assunta da Bankitalia alquanto riduttiva, e non correlata alle aspettative che il diverso assetto monetario e fiscale imposto dalla UEM innesca nella creazione di risparmio meramente di "riserva". Diciamo che più realisticamente si produrrebbe un calo recessivo dei consumi di almeno un punto di PIL;

b) un calo delle disponibilità per il pagamento di crediti in generale e di mutui immobiliari, in particolar modo, innescando un ulteriore incremento delle sofferenze bancarie..
Ciò determinerebbe un quasi esiziale fattore di instabilità del nostro sistema bancario, inducendo o lo Stato a trasferire il gettito di questo prelievo straordinario in salvataggi bancari, o, in omaggio al metodo Cipro istituzionalizzato dalla riforma bancaria UE, a procedere a ulteriori prelievi "forzosi" sui conti bancari privati (o a tutte e due le cose insieme);

c) un simultanea ulteriore situazione di minor domanda interna sul fronte immobiliare, che si sommerebbe alla sovraofferta che, autonomamente, è già in corso per via delle politiche fiscali attualmente intraprese, e comunque programmate in ulteriore inasprimento, di crescente tassazione patrimoniale (moltiplicazione dei titoli di imposizione e aumento legislativo delle basi imponibili). Da ciò: crollo dei prezzi immobiliari e aggiuntive insolvenze a catena di ogni forma di credito garantita da tali assets. E quindi sinergia distruttiva col punto b).
E perciò si avrebbe anche un'accelerazione di quella ulteriore perdita di consumi indicata da Stefano come conseguenza della propensione marginale al consumo della ricchezza immobiliare:  diciamo, attenendoci abbastanza moderatamente al suo calcolo, e ipotizzando un crollo dei prezzi immobiliari (aggiuntivo) del 10-15% sui valori attuali (già calanti), di un altro punto di PIL.

d) Insomma, solo sui consumi l'interazione distruttiva di una tale intelligente misura fiscale, inciderebbe con una recessione "diretta" di circa 2 punti di PIL (ottimistica e che esclude un effetto panico tra risparmiatori e sistema bancario: lì saremmo alla devastazione. Che però non è ragionevolmente escludibile)".
10. Ci pare interessante chiudere il cerchio riportando la risposta a una domanda ("perché distruggere l'Italia?") posta nei commenti seguiti al post appena citato (eravamo a febbraio 2014):
"La domanda è molto "essenziale": il fatto è che loro credono veramente non di distruggere ma di migliorare l'Italia.

La premessa da cui partono è che non c'è posto per l'Italia, nel suo tradizionale sistema industriale e culturale (ormai distrutti, effettivamente) nel mondo liberoscambista finanziarizzato, e che si sia creata una sola via di scampo: quella della compartecipazione assoluta con le mire dei grandi gruppi economico-finanziari che predeterminano gli assetti in Europa e in UE, ciò che implica una riorganizzazione sociale di base conforme ai loro obiettivi (cioè lo schema, già seguito in USA e Germania, del 99% appiattito dalla....curva di Phillips) e salvezza per "loro": cioè politici esecutori fedeli, executives bancari e industriali, residui che comunque si internazionalizzano, cui verrebbe sostanzialmente garantita una posizione di gestione "in nome e per conto" dei controllori sovranazionali del capitale finanziario.

L'unico elemento di incertezza è se una certa residua governance (una sorta di testa del "drago") di questo sistema di controllori sarà attribuibile ai tedeschi o agli USA (adde; il che è, ed è sempre stato, v.qui, p.5, a ben riflettere, un falso problema).

Ma gli obiettivi intermedi non mutano di molto, e come ho evidenziato, ormai la partita trascende persino quella della moneta unica.
La sua stessa conservazione o meno dipende dal raggiungimento degli obiettivi di strutturazione ordinamentale di questo predominio finanziario etero-diretto, al cui consolidamento potrà essere sacrificato lo stesso euro, al momento opportuno.

Ovviamente se ciò sarà utile per IL RILANCIO: allo stato cioè il trattato di liberoscambio interatlantico (seguendo lo schema: lo SME era in fondo sacrificabile purchè CONTESTUALMENTE, ne abbiamo la prova nelle date storiche, si avviassero mercato unico, criteri di convergenza e euro)".

martedì 17 ottobre 2017

NELL'IMPOSSIBILITA' DI ESSERE NORMALI (ANCHE COL QE): IL NUOVO "FATE PRESTO"...IMPRATICABILE.

https://cibology.files.wordpress.com/2011/03/tacchi.jpg
Lo so: l'immagine è stata usata tante altre volte. Ma ci sta più che mai bene...

1. Zerohedge, basandosi sui dati Citi(group?) Research, fornisce alcuni interessanti dati su volumi e flussi del Quantitative Easing della BCE e sulle conseguenti prospettive che si aprono con il tapering, cioè con la progressiva discesa degli acquisti fino alla loro cessazione.

2. Gli acquisti totali, a partire dall'inizio del QE a marzo 2015, ammontano a 1,89 migliaia di miliardi di euro. Fino ad oggi, in questo stesso periodo, le nuove emissioni di titoli pubblici, nell'eurozona, sono ammontati (perciò) ad appena un quinto del volume degli acquisti; anzi, se si ha riguardo al più recente periodo (interno al QE "pieno") che parte dal 2016 e va fino all'inizio del tapering, il saldo netto delle nuove emissioni (rispetto all'estinzione di titoli alla loro scadenza naturale) è stato quasi pari a zero.

Già questo primo dato è piuttosto impressionante, dato che questo ha significato una rarefazione dei titoli progressivamente scambiabili sul mercato, prezzi che salgono di conseguenza, e investitori che, avendo venduto,- e dati i livelli raggiunti dai prezzi, e inversamente dai rendimenti divenuti negativi in termini reali-, hanno razionalmente indirizzato la liquidità altrove.

3. Perciò, prosegue Zerohedge, è importante anche vedere chi abbia venduto alla BCE, guadagnandoci con plusvalenze rispetto ai prezzi originari di acquisto, e dove abbia collocato i suoi soldi.
Il settore dei detentori privati dei titoli ha contribuito alle vendite per 1,5 miliardi (su 1,89).
In base ai dati BCE, sappiamo che le vendite (e quindi le plusvalenze) sono state in maggior misura effettuate dalle banche private, per un ammontare di 645 miliardi dall'inizio del QE, contribuendo così a più del 40% del declino della detenzione privata dei titoli.  Le vendite si sono appuntate per la maggior parte sui bond governativi, (293 miliardi) su altre emissioni finanziarie private (273 miliardi), mentre le obbligazioni delle imprese non finanziarie, e assimilabili, sono state vendute solo per 70 miliardi. 
A parte le banche, Citi stima che mentre gli investitori non residenti nell'eurozona hanno venduto, dal marzo 2015, 400 miliardi, il settore non-bancario dell'eurozona ha coperto il rimanente ammontare di 795 miliardi (beninteso, residuo rispetto ai 645 miliardi venduti dal settore bancario). 
Questo smentisce l'idea predominante che le vendite alla BCE siano state effettuate prevalentemente da "stranieri", poiché la maggior parte delle cessioni del settore non bancario sono venute da investitori domestici. Se a ciò, appunto, si aggiunge quanto venduto dalle banche dell'eurozona, diviene chiaro che la gran parte dei 1500 miliardi di vendite "private" alla BCE, è stato compiuto da residenti nell'eurozona.

4. Zerohedge, si pone quindi la domanda: dove sono andati questi soldi?
Gli indicatori "Citi" mostrano che la massa del differenziale di liquidità (rispetto all'impiego precedente in titoli soggetti al QE), guardando al 2014, si è convertito in un aumento del tasso di accumulo sui depositi (pura preferenza per la liquidità in presenza di tassi prossimi allo zero e tendenzialmente negativi in termini reali, tanto più se con "moderate" aspettative di rialzo dell'inflazione, che avrebbe dovuto essere l'obiettivo dichiarato del QE), e in flussi di investimento esterni all'eurozona! 
Con buona pace dei "piani Juncker", nonché della "colpevolizzazione" degli italiani per il fatto di tenere i soldi liquidi, come hanno fanno, diffusamente, tutti gli altri risparmiatori dell'eurozona (e infatti, il vertice di Tallin di questa estate stava già ipotizzando le "contromisure"... un po' pesantucce). 

5. Comunque, prosegue Zerohedge, dall'inizio del QE, l'accumulazione nei depositi è proseguita, ma sono cresciuti gli acquisti di equities (cioè di azioni, com'era ovvio e, d'altra parte, previsto) e specialmente gli investimenti all'estero, secondo una tendenza marcatamente accelerata durante il 2017 (com'è altrettanto ovvio per un'eurozona che, nel suo complesso, accumula saldi positivi nel saldo commerciale e che, simultaneamente, non riesce veramente ad uscire dalla bassa inflazione "core" (v.qui, p.9), cioè al netto della volatilità dei prezzi delle importazioni di petrolio e materie prime).


6. Domanda finale di Zerohedge: con la BCE ormai orientata al tapering, con annunci "ballon d'essai" sul taglio dei suoi acquisti mensili della metà o più, cosa è in procinto di accadere ora che la stessa BCE potrebbe effettivamente ridurre gli acquisti ben oltre il 50%?  Le "famiglie" (privati non finanziari) venderanno più o meno obbligazioni, e cosa accadrà ai rendimenti? 
La risposta a questa domanda, che Zerohedge pone in modo volutamente angoscioso (quasi retorico), non è difficile da immaginare. Disaggregando per i singoli Stati dell'eurozona i dati sugli acquisti prossimi alla cessazione del QE (per quanto progressiva), il risultato è quello di una risalita - non può predirsi esattamente quanto progressiva o, piuttosto, repentina e da quando- dei rendimenti dei titoli del debito pubblico per i paesi, tra cui "tradizionalmente" l'Italia, soggetti agli spread (cioè ai differenziali, sul prezzo di collocamento, rispetto ai bund tedeschi).

7. Ora, in condizioni fisiologiche, questi spread, come abbiamo visto, dovrebbero essere determinati prevalentemente dalla posizione netta sull'estero (indicatore, teoricamente fondamentale, rispetto al quale l'Italia non è messa poi così male, v. l'ultimo Bollettino di Bankitalia, pag.12 che segnala una continua riduzione, arrivata, al primo trimestre del 2017, a -226,1 miliardi, cioè a qualcosa di meno del 14% del PIL, con un miglioramento di oltre 10 punti rispetto al fatidico 2011).
Ma nell'eurozona, cioè nel gold standard in cui le correzioni degli squilibri di competitività, (interni all'area valutaria sub-ottimale, cioè con esplicito "divieto" di trasferimenti), sono affidate esclusivamente alla riduzione del costo del lavoro perseguita tramite austerità fiscale, non c'è nulla di fisiologico: l'armonizzazione "spontanea" della competitività interna all'eurozona, infatti, è stata compromessa dalle preventive politiche di deflazione salariale tedesche (sempre qui, p.2) e ogni "inseguimento" da parte degli altri paesi, inclusa la Francia, passa per la mera applicazione dell'aggiustamento fiscale-deflattivo, ben spiegato da Draghi (qui, p.1), che, però, risulta contemporaneamente distruttivo della capacità industriale interna e, quindi, irreversibilmente riduttivo dello stock di capitale produttivo e della connessa occupazione. Con un più che ovvio epifenomeno di fallimenti a catena e di conseguenti insolvenze bancarie di imprese, private aggiuntivamente della domanda interna, e famiglie (qui, pp.8-10), private dell'occupazione e quindi del reddito. Dall'austerità espansiva

8. Solo che, ora, queste insolvenze divengono un regime autoritativamente amministrato dall'€uropa, quello dei c.d NPL, all'interno dell'Unione bancaria: ne abbiamo parlato tante volte. 
Il tapering, opportunamente, verrà modulato in modo da incidere più tangibilmente nel dopo-elezioni italiane, semplicemente perché, sul piano politico, sono di gran lunga le più importanti, essendo l'ital-tacchino il piatto forte del menu dell'eurozona e di ogni "fate presto!"

9. Ma rimane il fatto che la BCE ha già iniziato a inasprire i requisiti sugli accantonamenti di capitale corrispondenti al deprezzamento in bilancio delle sofferenze posti essenzialmente a carico del sistema bancario italiano (i valori di bilancio dei ben più incerti strumenti derivati nel bilancio del sistema bancario tedesco, non sono stati sostanzialmente toccati: andrebbero bene così, mark to fantasy, con l'Imprimatur della vigilanza BCE!). 
Quindi, per quanto moralmente tentati, e scientificamente non attrezzati a comprenderlo, i banchieri italiani "fiutano" che al prossimo aumento degli spread sarà difficile, anzi controproducente per i  loro interessi patrimoniali e, ancor più, per la preservazione del loro controllo societario, invocare un nuovo "fate presto" che, via austerità" fiscale, induca un nuovo dilagare delle sofferenze (sicuramente soggette alle nuove regole BCE).
La totale falsità (usiamo la definizione di Milton Friedman) del debito pubblico come primo dei problemi italiani, potrebbe, anzi, dovrebbe, in un'ottica di istinto di sopravvivenza del nostro sistema bancario (se pure è rimasto), risultare un'arma spuntata. Anzi: una spada senza elsa, che ferisce pure chi la impugna.

10. In pratica, lo spread, in un'eurozona depurata dalla droga del QE, si lega ad un parametro, o meglio, ad un'aspettativa, ben diversa da quella relativa all'andamento della PNE: i mercati tendono a prezzare la stupidità (Prodi dixit) dell'eurozona e dei suoi parametri fiscali, per paesi, altrimenti sani, come l'Italia e, quindi, la prospettiva di dover abbandonare la valuta unica e il conseguente ritorno a una moneta nazionale, che, in ipotesi, dovrebbe svalutarsi (ma ormai non è pronosticabile di quanto, in una valutazione seria e non terroristica) rispetto alle altre valute di scambio internazionale, come il dollaro o, molto teoricamente, al wannabe euro che si vorrebbe capace di sopravvivere senza l'Italia (che sarebbe sempre più un marco, prima sottovalutato, ma poi, a seguito dell'Ital€xit, da rivalutarsi).
E' bene rammentare queste prospettive, che si affacciavano nel 2011-2012, naturalmente al di fuori del "fate presto!" del mainstream. 
"Un altro fate presto" non è possibile: a meno che anche il Quarto Partito (qui. p.2) non voglia suicidarsi
E' questa la novità che incombe sulle elezioni italiane, cioè su tutti gli italiani, per il 2018...